Accedere ad un sistema informatico per scopi diversi da quelli delle proprie mansioni integra reato.

 

Risponde del reato di accesso abusivo al sistema informatico (art. 615-ter c.p.) il milite delle “fiamme gialle” che si sia introdotto nel sistema, pur disponendo delle credenziali, al solo scopo di trarne elementi utili alla propria difesa in una causa civile ove era parte processuale contrapposta alla “ex” moglie.

Così ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8541/19 depositata ieri: l’ingresso nel sistema, infatti, che non sia giustificato da ragioni collegate al servizio, integra il delitto in parola che, essendo reato di pericolo, si configura ogniqualvolta l’ingresso abusivo riguardi un sistema informatico (nel caso in esame, il sistema noto come “Serpico”) in cui siano contenute notizie riservate.

Emerge così come, in tema di accesso abusivo al sistema informatico protetto, anche il privato cittadino che con tale condotta leda i doveri di fedeltà e lealtà propri di ogni dipendente, possa esser perseguito per il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p..

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